🎿
Biathlon
8 domande · Sport
Il biathlon unisce due discipline che sembrano opposte: lo sci di fondo e il tiro. Da una parte la fatica di resistenza portata al limite, dall’altra la precisione di una mano perfettamente ferma. È proprio questo contrasto a rendere ogni gara così avvincente, perché un campione può perdere in pochi secondi al poligono ciò che ha guadagnato in chilometri sugli sci.
A ogni sessione di tiro l’atleta spara su cinque bersagli posti a cinquanta metri. Un bersaglio colpito passa visibilmente dal nero al bianco, e il pubblico segue il verdetto in diretta. Si tira alternativamente a terra, dove i bersagli sono più piccoli, e in piedi, dove bisogna tenere ferma la carabina mentre il cuore batte ancora all’impazzata. Ogni errore si paga: nella maggior parte delle gare bisogna percorrere un giro di penalità di 150 metri, nell’individuale invece si aggiunge un minuto al tempo. La carabina di piccolo calibro, di almeno 3,5 chilogrammi, resta sulla schiena per tutta la gara.
I formati sono vari. Nella partenza in linea, la mass start, i migliori scattano tutti insieme e al poligono si ritrovano sdraiati uno accanto all’altro, con i nervi a fior di pelle. Nella staffetta quattro atleti della stessa nazione si danno il cambio, con tre colpi di riserva per ogni sessione prima di dover affrontare l’anello di penalità.
La Norvegia è la nazione regina della disciplina, patria di Ole Einar Bjørndalen e di Johannes Thingnes Bø. Anche l’Italia ha scritto pagine importanti: Dorothea Wierer ha vinto due volte la Coppa del Mondo generale e Lisa Vittozzi l’ha conquistata nel 2024, mentre ogni inverno lo stadio di Anterselva, in Alto Adige, accoglie migliaia di tifosi e nel 2026 ha ospitato le gare olimpiche.
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