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Giochi di parole
18 domande · Lingue
La lingua si lascia prendere in giro con una pazienza sorprendente. Si possono rimescolare le lettere finché da «Roma» nasce «amor», e si ha un anagramma: André Breton lo usò per prendere in giro Salvador Dalí chiamandolo «Avida Dollars». Se invece il vocabolo letto al contrario diventa un altro, l’enigmistica italiana lo chiama bifronte. Si possono costruire frasi che si leggono uguali nei due sensi, come «I topi non avevano nipoti», e si ha un palindromo. Si può costringere in una sola frase tutto l’alfabeto: «Pranzo d’acqua fa volti sghembi» è il pangramma italiano più famoso. E si può evitare una lettera a ogni costo: Georges Perec scrisse un intero romanzo senza la «e», un lipogramma di trecento pagine. Accanto ai giochi c’è l’artigianato delle abbreviazioni: se NATO o FIAT si pronunciano come un vocabolo, si parla di acronimo; se TG o SMS si leggono lettera per lettera, di sigla. Quando a un’abbreviazione già esistente si attribuisce più tardi un bel significato, come «Save Our Souls» per SOS, nasce un retroacronimo. Due termini che si fondono, come in «cantautore» o «apericena», formano una parola macedonia; se il termine è del tutto nuovo, come il celebre «petaloso», è un neologismo. Il resto del pacchetto è un parco giochi: lo spoonerismo, che scambia i suoni iniziali, l’ambigramma, leggibile anche capovolto, il tautogramma con tutte le iniziali uguali, l’acrostico che nasconde un nome nei versi, lo scioglilingua dei trentatré trentini, l’omofono che suona come un altro vocabolo ma si scrive diverso, l’enantiosemia di «ospite» che vuol dire una cosa e il suo contrario e, per finire, la freddura, che fa sbuffare e poi ridere lo stesso.
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