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Judo: le basi
8 domande · Sport
Il judo è nato in Giappone nel 1882, quando il giovane Jigoro Kano aprì a Tokyo la sua scuola, il Kodokan. Partendo dall'antico jujitsu dei samurai, Kano eliminò le tecniche più pericolose e creò una disciplina educativa, adatta a chiunque. Il nome riassume la sua filosofia: «ju» indica la cedevolezza, «do» la via. Judo significa quindi la via della cedevolezza: invece di opporsi alla forza dell'avversario, la si sfrutta a proprio vantaggio.
Sul tatami i judoka indossano il judogi, una tenuta robusta di cotone pesante: le prese sul tessuto rendono possibili le proiezioni e i controlli a terra. La cintura, l'obi, indica il grado. I principianti portano la bianca, poi passano per gialla, arancione, verde, blu e marrone fino alla nera, che apre i gradi di maestro chiamati dan. I gradi più alti in assoluto portano addirittura una cintura bianca e rossa o rossa.
Il combattimento in piedi mira alla proiezione: chi manda l'avversario sulla schiena con forza, velocità e controllo ottiene l'ippon, il punto pieno che chiude subito l'incontro, come un K.O. nel pugilato. A terra conta invece il controllo: con l'osae-komi, l'immobilizzazione, chi tiene l'avversario sulla schiena per venti secondi ottiene anch'egli l'ippon. Tutto si svolge nel segno del rispetto: ogni incontro comincia e finisce con il saluto, il rei, rivolto al compagno e al dojo. L'Italia ha una lunga tradizione nel judo, con ori olimpici come quelli di Ezio Gamba, Pino Maddaloni, Giulia Quintavalle, Fabio Basile e Alice Bellandi.
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