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Judo: tecniche e termini
8 domande · Sport
Chi entra in una palestra di judo, in Italia come in Giappone, impara presto a parlare un po’ di giapponese. Il primo termine è proprio quello del luogo: il dojo, la sala di allenamento, in cui si entra con un inchino, perché rappresenta disciplina e rispetto prima ancora che uno spazio fisico. Ogni esercizio coinvolge due ruoli: tori, che esegue la tecnica, e uke, che la subisce e impara a cadere. In allenamento i due si scambiano continuamente le parti, perché nel judo non si impara a proiettare senza imparare anche a cadere.
Le proiezioni si dividono in famiglie. Fra le prime che un principiante studia c’è o-goshi, la grande proiezione d’anca: si carica l’avversario sul fianco e lo si fa passare sopra la schiena. Le ashi-waza, le tecniche di gamba come spazzate e falciate, sembrano facili ma richiedono un tempismo perfetto: un attimo di anticipo o di ritardo e a terra ci si ritrova da soli.
Spesso il combattimento prosegue al suolo. Il ne-waza riunisce immobilizzazioni, leve e strangolamenti: lì si può vincere senza aver mai proiettato nessuno. La leva al braccio è consentita soltanto sull’articolazione del gomito e solo agli adulti, perché nel judo la sicurezza viene sempre prima.
Resta l’arbitraggio. Una proiezione quasi perfetta vale waza-ari, il punteggio inferiore all’ippon; due waza-ari sommati valgono un ippon e chiudono l’incontro. Al contrario, la passività o una scorrettezza lieve costano uno shido: al terzo shido l’atleta perde per squalifica. L’Italia conosce bene questo linguaggio, grazie a campioni olimpici come Ezio Gamba, Giulia Quintavalle e Fabio Basile.
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