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Karate: tecniche e stili
8 domande · Sport
Il karate si pratica in giapponese, e ogni dojo d’Italia risuona delle stesse parole. I calci si chiamano geri: dal mae-geri, il calcio frontale, al mawashi-geri, circolare, offrono portata e potenza. Le mani non si limitano a colpire a pugno chiuso: lo shuto, il colpo con il taglio della mano, è il celebre «colpo di karate» dei film, e l’empi, la gomitata, è fra le armi più temibili a distanza ravvicinata. Tutte queste tecniche poggiano sulle dachi, le posizioni: una posizione bassa e stabile dà equilibrio e forza, mentre chi vacilla perde potenza.
Il karate moderno deve molto a un uomo, Gichin Funakoshi. Nato a Okinawa, negli anni Venti del Novecento fece conoscere la sua arte nel resto del Giappone e la insegnò nelle università, tanto da essere considerato il padre del karate moderno. Lo stile nato dal suo insegnamento, lo Shotokan, è oggi il più diffuso al mondo, con le sue posizioni lunghe e basse e le tecniche dritte e potenti. Accanto a esso convivono altre scuole come il Goju-ryu, lo Shito-ryu e il Wado-ryu.
Nel dojo il rispetto è una regola assoluta. Si saluta entrando, e ci si rivolge all’insegnante chiamandolo sensei, letteralmente «colui che è nato prima». Il karate ha anche un parente coreano, il taekwondo, olimpico dal 2000, che punta ancora di più sui calci alti e veloci; in Italia lo hanno reso celebre gli ori olimpici di Carlo Molfetta a Londra 2012 e di Vito Dell’Aquila a Tokyo.
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