ア
Katakana
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Spigolosi, tracciati con tratti secchi, i katakana sono i cugini degli hiragana. Annotano esattamente le stesse quarantasei sillabe, ma con forme dritte e spezzate: «ア» al posto di «あ», «カ» al posto di «か». Nel Giappone di oggi servono soprattutto a scrivere le parole venute da fuori, i nomi stranieri, le onomatopee e tutto ciò che si vuole mettere in risalto, un po’ come il nostro corsivo.
La loro origine è dotta. Nel nono secolo i monaci buddhisti che studiavano testi cinesi annotavano la pronuncia tra le righe. Per fare in fretta conservavano solo un pezzo di ogni carattere: la parte sinistra del kanji 阿 è diventata «ア», un frammento di 加 ha dato «カ». Mentre gli hiragana nascono dalla scrittura corsiva, i katakana sono dunque frammenti, e questo spiega il loro aspetto geometrico.
Per chi parla italiano è la scrittura più divertente da decifrare, perché vi si riconoscono parole di casa. イタリア si legge Itaria, l’Italia; パスタ è pasuta, la pasta; ピアノ, piano, è il pianoforte, e al bar si ordina un カプチーノ (kapuchīno). Poiché il giapponese non ha quasi consonanti isolate, i prestiti si allungano di vocali: «spaghetti» diventa スパゲッティ (supagetti), «Roma» diventa ローマ (Rōma). Attenzione alle coppie che si somigliano: «シ» (shi) e «ツ» (tsu), «ソ» (so) e «ン» (n) differiscono solo per l’inclinazione dei tratti.
Ogni carta di questo pacchetto mostra un katakana e chiede la sua lettura in rōmaji. Dopo qualche serie, i menu dei ristoranti e le sigle degli anime non avranno più segreti.
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