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Pugilato: le basi
8 domande · Sport
Il pugilato si combatte su un ring che, nonostante il nome, è quadrato: circa sei metri per lato, circondato dalle corde. Non a caso in italiano lo si chiama anche «quadrato». Tra i professionisti una ripresa dura di solito tre minuti, separata dalla successiva da un minuto di riposo, e i mondiali si disputano sulla distanza di dodici riprese. Durante la pausa il pugile torna nel suo angolo, dove l’allenatore e il cutman, che si occupa di tagli e gonfiori, hanno solo sessanta secondi per curarlo, consigliarlo e ridargli coraggio.
Un incontro può finire in diversi modi. Il più spettacolare è il KO: il pugile al tappeto non si rialza prima che l’arbitro abbia contato fino a dieci. Se l’arbitro, il medico o l’angolo ritengono che un pugile non possa più continuare, l’incontro viene fermato: è il KO tecnico, che protegge il più debole da colpi inutili. Quando i due avversari arrivano fino in fondo, tre giudici stabiliscono il vincitore ai punti; se non riescono a indicarne uno, l’incontro finisce in pareggio.
Buono a sapersi: per arrendersi, l’angolo di un pugile può lanciare un oggetto sul ring. Oggi gli allenatori gettano un asciugamano, ma l’espressione italiana ha conservato l’attrezzo di un tempo, usato per rinfrescare il pugile: si dice «gettare la spugna», e il modo di dire è entrato nella lingua di tutti i giorni. L’Italia ha i suoi grandi nomi, da Primo Carnera, campione del mondo dei pesi massimi nel 1933, a Nino Benvenuti, oro olimpico a Roma nel 1960, fino a Roberto Cammarelle, oro a Pechino nel 2008.
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