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Socrate
13 domande · Filosofia
Nell'Atene del V secolo a.C., un uomo ferma cittadini e conoscenti e domanda che cosa siano il coraggio, la giustizia o una vita buona. Le risposte sembrano ovvie, finché le sue domande non ne mostrano le difficoltà. È Socrate, nato intorno al 470 a.C. e destinato a diventare una presenza decisiva nella filosofia antica. Non lascia opere scritte: lo incontriamo soprattutto nei testi di Platone e Senofonte, ma anche nella commedia di Aristofane. Separare la persona storica dalle diverse rappresentazioni costituisce il problema socratico.
Platone collega il suo modo di interrogare alla maieutica, l'arte della levatrice. Come la madre Fenarete, ricordata dalla tradizione come ostetrica, Socrate aiuta a far nascere qualcosa: in questo caso pensieri da esaminare. Il padre Sofronisco è descritto come scultore o scalpellino. La formula «So di non sapere» riassume la consapevolezza dei propri limiti, senza riprodurre una frase identica in tutte le fonti. Nel racconto dell'oracolo di Delfi, la sapienza di Socrate consiste proprio nel non credersi competente su tutto.
Le sue conversazioni attraversano piazze, botteghe e altri luoghi cittadini; l'agorà ne è diventata il simbolo. Non è però estraneo agli impegni della polis: serve come oplita e partecipa a campagne militari. I racconti sulla moglie Santippe, spesso ridotta a caricatura, richiedono altrettanta prudenza delle storie sulla sua resistenza fisica. I dialoghi platonici sono opere filosofiche, non trascrizioni parola per parola.
Nel 399 a.C. Socrate viene accusato di corrompere i giovani e di non riconoscere gli dèi della città. Le ragioni del processo si intrecciano con la difficile storia politica ateniese. Condannato a morte, beve la cicuta. Nel Critone Platone presenta il suo rifiuto della fuga come una riflessione sul rapporto con le leggi: una scelta destinata a far discutere per secoli.
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