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Sopravvivenza: acqua e cibo
16 domande · Natura
La sete è più paziente di quanto si creda, e allo stesso tempo spietata. Un adulto ha bisogno di circa due o tre litri al giorno, molti di più con il caldo e la fatica, e il primo segnale d'allarme affidabile non è la gola secca, ma un'urina scura. La buona notizia: in Italia l'acqua si trova quasi ovunque, dalle Alpi agli Appennini. La cattiva: quasi nessuna andrebbe bevuta senza precauzioni. Anche il torrente di montagna più limpido può trasportare giardie e altri germi, basta un camoscio morto poco più a monte. Il metodo più sicuro è lo stesso da secoli: farla bollire. Un minuto di bollore vivace e quasi tutti i patogeni sono eliminati. Senza pentola si ricorre alle pastiglie disinfettanti; un filtro improvvisato di sabbia e carbone, invece, si limita a schiarire l'acqua torbida e regala una falsa sensazione di sicurezza. L'acqua piovana appena raccolta è la rara eccezione che si può bere così com'è.
E i miti? La neve non si mangia, si scioglie, altrimenti il corpo paga caro il calore per riscaldarla. Bere la propria urina peggiora la mancanza d'acqua, e il miracolo del cactus dei film western finisce di solito con il vomito.
Per il cibo l'urgenza si capovolge: una persona sana resiste diverse settimane senza mangiare, perciò nella raccolta non conta il coraggio, ma la diffidenza. L'amanita falloide, che i cercatori italiani conoscono bene, riempie da sola la triste statistica degli avvelenamenti mortali da funghi; l'idea che «ciò che mangiano gli uccelli possiamo mangiarlo anche noi» è semplicemente falsa, e chi non conosce davvero nulla procede a piccolissimi passi con il test di commestibilità. Le calorie più affidabili all'aperto sono poco romantiche: l'ortica, quella delle minestre di campagna, e gli insetti con le loro larve, rigorosamente cotti.
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