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Thomas Hobbes
13 domande · Filosofia
Immaginiamo persone capaci di desiderare gli stessi beni, diffidare l'una dell'altra e ferirsi, senza un potere comune che faccia rispettare gli accordi. Thomas Hobbes usa questo esperimento per chiedersi perché abbiamo bisogno dello Stato. Nato nel 1588 a Westport, presso Malmesbury, attraversa una lunga stagione di conflitti inglesi. Nel 1640 si trasferisce a Parigi, prima dello scoppio della guerra civile. Durante l'esilio insegna anche matematica al futuro Carlo II e prepara il Leviatano, pubblicato nel 1651.
Lo stato di natura è una condizione senza autorità condivisa, descritta come guerra di tutti contro tutti. Guerra, qui, non significa soltanto combattimento continuo: basta un'insicurezza persistente, in cui nessuno può fidarsi degli altri. Per uscirne gli individui stipulano un patto e autorizzano un sovrano. La sicurezza e la pace motivano l'obbedienza; il sovrano non è necessariamente una singola persona, perché Hobbes contempla anche assemblee. Il problema decisivo è l'efficacia del potere comune.
Il suo pensiero studia l'essere umano attraverso corpi, movimenti e passioni, sullo sfondo della nuova meccanica. La paura ha un ruolo centrale. Nell'autobiografia Hobbes lega scherzosamente la propria nascita al timore suscitato dall'Armada spagnola, quasi avesse avuto la paura come gemella. Anche la formula Homo homini lupus ha una storia precedente: risale a Plauto e Hobbes la riprende in un contesto politico, insieme a considerazioni sulla cooperazione. Ridurlo alla semplice idea che tutti siano sempre malvagi perde una parte dell'argomento.
Il Leviatano provoca polemiche religiose e politiche in ambienti differenti; non esiste però una reazione identica di tutti i lettori. Hobbes torna in Inghilterra nel 1651 e continua a scrivere per decenni. In età avanzata traduce in inglese l'Iliade e l'Odissea. Muore nel 1679, a novantuno anni: una vita lunga abbastanza da attraversare monarchia, guerra civile, repubblica e restaurazione.
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