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Tiro con l’arco: le basi
8 domande · Sport
Nel tiro con l’arco tutto si decide in pochi secondi e per pochi millimetri. L’arciere mira a un bersaglio, la visuale rotonda con anelli colorati fissata su un paglione di paglia o di schiuma. Più la freccia si pianta vicino al centro, più punti porta: la zona gialla, l’oro, vale 10 punti, e i valori scendono anello dopo anello fino a 1. Ai Giochi olimpici gli arcieri tirano da 70 metri: a quella distanza l’oro non sembra più grande di una lattina vista da lontano.
Il modello simbolo dei Giochi è l’arco ricurvo, riconoscibile dai flettenti con le punte piegate in avanti, che immagazzinano più energia. Il suo cugino moderno, l’arco compound, usa un sistema di carrucole e cavi che alleggerisce lo sforzo quando la corda è tirata al massimo; a lungo escluso dal programma olimpico, debutterà a Los Angeles nel 2028 in una gara a squadre miste.
Ogni tiro segue la stessa coreografia. L’arciere incocca la freccia, solleva l’arco e porta la corda fino al punto di ancoraggio, sotto il mento o all’angolo della bocca: è la piena trazione, in cui regge talvolta più di venti chili senza tremare. Poi arriva il rilascio, l’apertura delle dita che deve quasi sorprendere l’arciere stesso. La freccia in carbonio parte allora a oltre 200 chilometri orari verso il bersaglio. L’Italia conosce bene questo gesto ripetuto migliaia di volte: Marco Galiazzo vinse l’oro individuale ad Atene nel 2004 e, con Michele Frangilli e Mauro Nespoli, quello a squadre a Londra nel 2012.
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